Le pari opportunità valgono anche nel campo del diritto del lavoro. Così, per la prima volta in Italia, un giudice ha dato ragione a un uomo licenziato, annullando il licenziamento perché era avvenuto entro un anno dal suo matrimonio. Un periodo per così dire protetto, sulla base di una legge di più di cinquant’anni fa – la legge 7 del 1963 – che vietava il licenziamento di chi si stava per sposare e fino a un anno dopo le nozze.

Una norma nata, implicitamente, per tutelare le donne dal rischio di subire una ingiusta discriminazione. Quella che consiste cioè nel perdere il lavoro a causa della prospettiva della maternità.

Finora se ne era data per scontata una lettura univoca “al femminile”. Ma, come scrive Diego Neri in un articolo su Il Giornale di Vicenza del 30 aprile 2017 (qui in pdf), un’ordinanza del giudice civile Gaetano Campo del Tribunale di Vicenza ha stabilito che lo stesso diritto vale anche per gli uomini.

E lo ha fatto proprio in base al principio delle pari opportunità stabilite da un’altra legge, il Codice delle pari opportunità (decreto legislativo 198/2006). La quale a sua volta ha rafforzato il contenuto del Testo unico a sostegno della maternità e della paternità (decreto legislativo 151/2001) che apriva al congedo parentale anche per gli uomini.

Le nozze il mese prima: l’impiegato è stato reintegrato

Il vincitore del ricorso è un trevigiano di 41 anni licenziato il 30 maggio 2014 dalla Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato di Vicenza, con un «recesso unilaterale del contratto di outsourcing con Sviluppo artigiano società consortile cooperativa di garanzia collettiva fidi», citiamo dall’articolo. Ma l’uomo si era sposato il 5 aprile di quell’anno, dunque meno di due mesi prima del licenziamento.

E il giudice ha dato ragione a lui, spiegando che quanto previsto dalla norma «sembrerebbe applicabile esclusivamente alle lavoratrici, nulla disponendo in ordine ai lavoratori. Il tribunale ritiene che si tratti – recita l’ordinanza citata nell’articolo – di un silenzio normativo integrante una lacuna della disciplina, da colmare in via interpretativa». A colmarla sono le sopra citate leggi che favoriscono la distribuzione dei compiti familiari e il superamento delle discriminazioni di genere.

L’impiegato deve essere reintegrato al lavoro, e ha diritto al pagamento degli stipendi e dei contributi previdenziali arretrati. Il licenziamento è nullo.

 

Leggi il testo dell’ordinanza del Tribunale di Vicenza del 24 maggio 2016