Studi legali e tecnologia digitale: un rapporto sempre più stretto che fa passi avanti, fra gli obblighi di legge introdotti dal Processo civile telematico e qualche ritardo dovuto al fatto che gli avvocati sarebbero meno reattivi rispetto alle innovazioni tecnologiche a confronto con altre categorie di professioni giuridiche.

Uno studio di avvocati investe in media 4.600 euro all’anno in tecnologia, contro i 9mila dei consulenti del lavoro e i 16mila euro degli studi multidisciplinari: è quanto afferma la ricerca «Professionisti “X.0”… a ciascuno il suo» promossa dall’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano con un focus sugli anni 2016 e 2017.

Avvocati e tecnologia, c’è il rischio di restare indietro

La ricerca si è basata sull’analisi di 173 studi legali italiani, che sono stati suddivisi in quattro cluster, costruiti su sei criteri: dimensione, strategia, organizzazione, servizi, relazione e tecnologia. Ed emerge il rischio di un’emarginazione della professione, poco capace di scalare posizioni investendo su software per digitalizzare il lavoro. Così commenta infatti il direttore dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, Claudio Rorato, intervista da L’Economia del Corriere della sera del 5 giugno 2017:

Gli avvocati appartengono prioritariamente alla categoria dei Silenti (nel 42%), laddove tutti i parametri sono sotto la media e non si osservano segnali di reattività, e degli Equilibristi (31%) che si mantengono in bilico in attesa di un salto di qualità. Pochi sono invece gli Smart professional (il 23%), culturalmente vivaci e propensi all’innovazione e marginali i Vitruviani (4%), che come l’uomo leonardesco sviluppano in maniera armoniosa le diverse dimensioni in netto distacco dal 23% dei professionisti multidisciplinari e dall’8% dei commercialisti e consulenti del lavoro. Silenti ed Equilibristi sono, con urgenze diverse, a rischio di autoemarginazione e una maggiore alfabetizzazione informatica potrebbe contribuire a riportarli nel più ampio sistema di relazione.

Le innovazioni diffuse sono quelle legate a obblighi di legge, mentre sulle tecnologie a media e alta innovazione i passi avanti da fare sembrano ancora molti. La firma elettronica ad esempio è presente nel 95% degli studi intervistati, le banche dati digitali nell’85%, la fatturazione elettronica c’è nel 49% dei casi, il 18% si dichiara interessato e il 3% non sa che cosa sia. Software di controllo di gestione e app collegate al gestionale di studio sono diffuse in un terzo degli studi (31%) mentre Workflow (12%), CRM (8%), Applicazioni di business intelligence (6%), Portali per la condivisione di attività (5%) e Firma grafometrica (5%) sono strumenti ancora poco utilizzati.