La tecnologia cambia il futuro del lavoro in tanti modi. Perché l’intelligenza artificiale, di cui si è discusso in un recente workshop al TEDxVerona, non significa solo robot in catena di montaggio. Le Pixel Buds lanciate da Google nei giorni scorsi, ad esempio, sono passate un po’ sotto silenzio ma potrebbero rappresentare una rivoluzione nel modo di lavorare di domani.

Di che cosa si tratta? Apparentemente delle semplici cuffie auricolari, sono in grado di tradurre in tempo reale da 40 lingue, trasmettendo direttamente nelle nostre orecchie la versione in italiano di ciò che il nostro interlocutore sta dicendo. Basterà dire al dispositivo: «Aiutami a parlare in…», aggiungendo la lingua desiderata, e il traduttore integrato riporterà nella nostra lingua i discorsi che sentiamo. Vale anche nell’altra direzione: quando parliamo, dagli speaker del nostro smartphone uscirà la versione tradotta delle nostre parole.

Proviamo a immaginare le conseguenze sul modo di intendere il lavoro. A partire dalla mobilità: un’innovazione del genere renderà molto più facile spostarsi all’estero, dialogando con le persone senza bisogno di un interprete. Anche, ovviamente, spostandosi “da fermi”, grazie al telefono e alle tecnologie VoIP come Skype. E può facilitare l’integrazione dei lavoratori stranieri nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici, incentivando la contaminazione e lo scambio culturale.

Uno strumento che promette di democratizzare l’accesso a persone e mercati esteri. E che ha, come ogni novità tecnologica, un’altra faccia della medaglia: gli interrogativi sulle conseguenze in fatto di tutela della privacy dovranno trovare risposte, a partire dall’assunto che le nostre conversazioni non dovranno essere ascoltate e conservate dal gigante di Mountain View.

In Italia le Pixel Buds non sono ancora arrivate, ma c’è da scommettere che presto potremmo acquistarle anche qui. Per il momento si possono ordinare negli Usa (a 159 dollari), e da novembre in Canada, Regno Unito, Germania, Australia e Singapore.