L’Antitrust boccia l’emendamento che introduce l’equo compenso per tutti i professionisti, proposto al Senato nell’ambito della conversione del decreto fiscale, come abbiamo spiegato qui. In un comunicato stampa, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato spiega di aver deliberato l’invio di una segnalazione, il 22 novembre 2017, ai presidenti del Senato e della Camera e alla presidenza del Consiglio dei ministri.

La norma riguarderebbe circa 4 milioni e mezzo di professionisti iscritti agli ordini, ai collegi e alle associazioni professionali dei parametri univoci per le parcelle, eliminando la possibilità di aggiungere prestazioni gratuite e fissando termini di pagamento stringenti.

Per l’Antitrust l’emendamento è contrario ai principi della concorrenza, determinando un’inversione di marcia rispetto alla liberalizzazione intrapresa negli ultimi anni. Di seguito la spiegazione nel dettaglio del parare, tratta dal comunicato dell’Autorità.

In primo luogo, è stata segnalata la contrarietà ai principi concorrenziali di quanto previsto dall’art. 19 quaterdecies del ddl in esame, in tema di “equo compenso” per le professioni, che introduce il principio generale per cui le clausole contrattuali tra i professionisti e alcune categorie di clienti, che fissino un compenso a livello inferiore rispetto ai valori stabiliti in parametri individuati da decreti ministeriali, sono da considerarsi vessatorie e quindi nulle. La disposizione, nella misura in cui collega l’equità del compenso a paramenti tariffari contenuti nei decreti anzidetti, reintroduce di fatto i minimi tariffari, con l’effetto di ostacolare la concorrenza di prezzo tra professionisti nelle relazioni commerciali con alcune tipologie di clienti c.d. “forti” e ricomprende anche la Pubblica Amministrazione.

L’Autorità ha sottolineato come, secondo i consolidati principi antitrust nazionali e comunitari, le tariffe professionali fisse e minime costituiscano una grave restrizione della concorrenza, in quanto impediscono ai professionisti di adottare comportamenti economici indipendenti e, quindi, di utilizzare il più importante strumento concorrenziale, ossia il prezzo della prestazione. Tale intervento, laddove approvato nei termini proposti, determinerebbe un’ingiustificata inversione di tendenza rispetto all’importante e impegnativo processo di liberalizzazione delle professioni in atto da oltre un decennio e a favore del quale l’Autorità si è costantemente pronunciata, né risponde ai principi di proporzionalità concorrenziale. Inoltre, eventuali criticità connesse all’elevato potere di domanda potrebbero essere affrontate attraverso un migliore utilizzo delle opportunità offerte da nuovi modelli organizzativi o dalle misure recentemente introdotte dal Jobs Act per tutelare i lavoratori autonomi in situazioni di squilibrio contrattuale e non tramite la misura in questione, che avrebbe l’unico effetto di alterare il corretto funzionamento delle dinamiche di mercato e l’efficiente allocazione delle risorse.