I tassisti sviluppano l’ippocampo, l’area in cui si immagazzinano i ricordi. I matematici le aree corticali, sede dell’immaginazione visiva grazie alla quale “proiettano” concetti matematici astratti traducendoli forme visive nella loro mente.

Scacchisti, architetti ed esperti d’arte sono invece specializzati nel vedere e valutare gli oggetti reali, nello spazio: per questo sviluppano alcune aree della corteccia occipitale connesse alla visione. E gli chef? Le loro specialità sono la programmazione motoria e cognitiva, abilità associate allo sviluppo del cervelletto e delle aree corticali che controllano la mano.

Ogni lavoro “allena” una diversa parte del cervello, che in fondo è un muscolo: e come ogni muscolo si può modellare con l’uso. Antonio Cerasa, psicologo ricercatore del CNR, si occupa di vari campi delle neuroscienze e ha raccontato il legame a due sensi fra mestiere e materia grigia in un saggio: “Expert brain. Come la passione del lavoro modella il nostro cervello” (FrancoAngeli, pp. 194), da poco pubblicato.

Non tutti sono expert brains, ma tutti possono diventarlo. Perché le abilità e le competenze non sono (solo) innate ma sono il frutto di un lavoro mirato, portato avanti con costanza.

«L’allenamento è l’unico modo per creare un super-talento» dice Antonio Cerasa intervistato dal Corriere della sera, citando uno studio di Anders K. Ericsson, psicologo della Florida State University, che intervistando un gruppo di violinisti berlinesi ha scoperto che i migliori si erano allenati molto di più dei loro colleghi di buon livello, fino ai 20 anni.

Si può “modellare” il proprio cervello anche in età adulta. «La pressione a fare meglio sul lavoro può spingerci ad andare oltre le nostre capacità – prosegue Cerasa al Corriere – e la plasticità neurale si manifesta proprio in questa fase. Così, tutti i lavori competitivi, in cui si deve sottostare a continue richieste o pressioni, sono anche quelli che più inducono fenomeni di plasticità anche in età adulta».

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