Quanti contratti nazionali collettivi sono in vigore in Italia? Posto di fronte a questa domanda, l’uomo della strada probabilmente resterebbe a bocca aperta e senza molti punti d’orientamento. La risposta è sorprendente: sono tanti, almeno 819 e il loro numero, anziché diminuire, negli ultimi anni ha registrato una crescita costante. Tutto questo nonostante il rapporto di lavoro subordinato classico – quello che questi contratti normano – sia sempre più spesso sostituito da forme di lavoro a termine e precarie, e nonostante lo strumento del contratto venda da tempo e da più parti attaccato perché ritenuto superato e troppo rigido.

La risposta va trovata nell’archivio contratti del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Uscito indenne dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 – in cui la vittoria del Sì avrebbe comportato la sua abolizione – il Cnel è rimasto in vita e con esso anche l’archivio dei contratti, istituito per legge nel 1986. Nel suo Notiziario dell’Archivio contratti pubblicato online nel dicembre 2016, il Cnel censisce 819 contratti nazionali collettivi di lavoro vigenti. Un numero in forte crescita negli ultimi anni: nel 2008 erano 398, nel dicembre 2012 si arriva a 551, 675 nel dicembre 2014 e a 741 nel dicembre 2015. In un solo anno, poi, l’incremento è di ulteriori 78 contratti nazionali collettivi siglati.

Una mappa incompleta

Il tasso di crescita è costante, pari a circa il 10% ogni anno, ed è innegabile, nonostante lo stesso Cnel affermi che le cifre potrebbero non essere del tutto precise: fra quegli 819 contratti sono compresi infatti «343 accordi aventi scadenza precedente al 2015 – si legge nel notiziario –. Tra questi è plausibile la presenza di contratti non più esistenti o sostituiti da altri sottoscritti tra diverse parti stipulanti». L’ente statale sollecita le parti sociali a comunicare all’archivio la cessata validità dei contratti «con la stessa solerzia con cui vengono depositati al Cnel i “nuovi” contratti sottoscritti». Per superare questa confusione si potrebbe prendere esempio dalla Francia, dove la recente riforma «Loi travail» (Legge n° 2016-1088 dell’8 agosto 2016) ha introdotto l’obbligo, a partire dal settembre 2017, di pubblicare online tutti gli accordi collettivi, anche aziendali, in un’apposita piattaforma consultabile da tutti i cittadini.

Fa riflettere che tale crescita verticale avvenga in un’epoca in cui nel dibattito pubblico e nei rapporti fra sindacati e organizzazioni datoriali, sempre più spesso viene messa in discussione l’utilità dello strumento del contratto collettivo nazionale, in favore di un maggior peso della contrattazione aziendale o individuale. In effetti il boom si può leggere, paradossalmente, come il riflesso di una debolezza e frammentazione crescente delle tradizionali forme di rappresentanza del mondo del lavoro.

Rappresentanza frammentata

«Se fino al 2008 l’elevato numero di CCNL era legato essenzialmente alla frammentazione della rappresentanza datoriale insieme alla definizione di ambiti settoriali generalmente molto ristretti – si legge in una convincente analisi della Cisl –, successivamente su questa base si è innescato un meccanismo accrescitivo dovuto, da un lato, ai sindacati non confederali, che firmano contratti già conclusi da Cgil, Cisl e Uil e, dall’altro, al moltiplicarsi di coalizioni di associazioni imprenditoriali e sindacali, alternative rispetto ai tradizionali protagonisti e che si propongono come un riferimento diverso per la contrattazione. New entry, che puntano a crearsi uno spazio nelle relazioni industriali, ma la cui rappresentatività è tutta da verificare. Non è da escludere la forte articolazione dei settori riprodotta nei contratti, a sua volta dilatata dalla molteplicità delle associazioni datoriali del sistema delle relazioni industriali».