“The Rise of the Creative Class” uscì nel 2002 e rappresentò il saggio fondamentale che teorizzò l’ascesa dei mestieri creativi – ricerca, moda, arte, comunicazione, tecnologia – come volano per la rigenerazione urbana e lo sviluppo economico. Il suo autore, il sociologo Richard Florida, divenne il guru delle città creative. Quelle in grado, grazie a opportunità, servizi, frizzante vita culturale e sociale, apertura alle nuove tendenze globali, di attrarre i cervelli più brillanti. Dopo il tramonto della centralità della fabbrica e della manifattura, in gran parte delocalizzata, era l’economia creativa la nuova frontiera per l’economia occidentale.

Quindici anni dopo, Richard Florida sembra rimangiarsi tutto: «L’unica strada per ridurre la disuguaglianza e ricostruire la classe media è migliorare le condizioni di 65 milioni di lavoratori dei servizi» scrive oggi. Il suo nuovo saggio “The New Urban Crisis” (2017) ha per sottotitolo «come le nostre città stanno incrementando la disuguaglianza, approfondendo la segregazione e facendo fallire la classe media – e che cosa possiamo fare per impedirlo» e ha scatenato il dibattito negli Stati Uniti.

Il sociologo prende atto delle conseguenze dell’ascesa della classe creativa. L’afflusso dei professionisti nelle città ha causato una forte gentrification, portato cioè a un boom dei prezzi degli immobili nelle zone più ambite, cacciando gli abitanti storici e rendendo inaccessibili alle classi popolari ampie fette urbane. E mentre il numero dei creativi cresceva, ancor di più si ingrossava la schiera della “service class”, gli impiegati dei servizi con mansioni ben poco creative o qualificate: camerieri, badanti, cassiere del supermercato, facchini.

Nel 2010 negli Usa questo gruppo contava 65 milioni di lavoratori, il 45% dell’intera forza lavoro, superando sia i lavoratori dell’industria sia i creativi o lavoratori della conoscenza. La stessa cosa, ho raccontato nel mio libro “Il futuro al lavoro”, succede in Italia dove il lavoro più diffuso in assoluto è il commesso e tutta la top 5 è fatta di impieghi a bassa qualifica nei servizi. Proprio in questa fascia si creano sempre più posti di lavoro, ma con paghe basse.

Situazione che si rispecchia negli Usa dove la “service class” ha un salario medio di 32.272 dollari, la “working class” di 38.272 dollari e la “creative class” di 75.759 dollari. Paradossalmente, poi, la classe dei servizi è l’altra faccia di quella creativa, e ne paga le conseguenze: un cameriere in una città ad alta concentrazione di imprese innovative e creative o turistiche pagherà un affitto più alto della media.

Nel paper “Building 65 million good jobs” scritto con Charlotta Mellander e Karen M. King, Richard Florida suggerisce una strategia per far progredire le condizioni della “service class”: «Le compagnie migliori e più competitive pagano i lavoratori di più, li trattano bene e li coinvolgono per incrementare la produttività e migliorare il customer service» scrivono gli autori. «Se vogliamo superare le nostre divisioni economiche e ricostruire la classe media, è imperativo che miglioriamo i 65 milioni di lavori a bassa paga nei servizi».